San Giovanni Rotondo e frecce tricolore
Articoli e pubblicazioni

San Giovanni Rotondo e le Frecce Tricolore: un sorvolo che parte da noi stessi

Tempo di lettura: 2 minuti

“Questo è il momento per alzare la testa e volgere il nostro sguardo al futuro. Abbracciando questa prospettiva, con coraggio e visione, trasformeremo questa crisi in opportunità”.

Con queste parole al Corriere della Sera di oggi, il premier Giuseppe Conte ha annunciato quello che potrebbe essere il cammino che l’Italia dovrà compiere nei prossimi anni per superare lo shock pandemico che ha cambiato le nostre vite. Un programma ambizioso (qui il link) che dovrebbe consentire al Paese di riprendere “la retta via”: una serie di compiti a casa, in vista dell’esame finale, quel Recovery Fund che, dopo tanto penare, oggi dovrebbe vedere la luce.

Le Frecce Tricolore, con il loro sapore di libertà e di sincero stupore, che in questi giorni sorvolano l’Italia rappresentano questa voglia di cambiamento che deve attraversare ciascuno di noi, disarcionando quelle brutte pratiche del passato che hanno frenato lo sviluppo del nostro Paese.

Mi sarebbe piaciuto, fantasticando, che, tra le tante tappe del sorvolo, ci fosse anche la nostra San Giovanni Rotondo, vista la presenza di Loreto, altro importante centro religioso-turistico della ex-cattolica Italia.

Lo avremmo meritato non solo perché Padre Pio è il Santo più invocato e conosciuto dagli italiani ( e le impressioni avute durante la “fase 1” confermano questa evidenza) ma per il grande sforzo che la sua Opera ha compiuto nel fronteggiare l’epidemia in una delle zone più difficili dello Stivale.

Questo moto d’affetto, però, deve far riflettere su come San Giovanni Rotondo sta fronteggiando la sua crisi più difficile: basta fare una passeggiata per vedere le difficoltà dei cittadini, spaventati dalla mancanza di futuro che, in questo periodo, è davvero un campanello di allarme. La crisi nella città di San Pio non è cosa recente, non è da imputare totalmente al virus, ma è dovuta proprio a quell’impostazione mentale che impedisce di trasformare le crisi (uso volutamente il plurale) in opportunità. Per troppo tempo il tessuto imprenditoriale della città non è stato in grado di fare fronte comune, mettendo al centro il benessere di tutta la collettività. Per questo la crisi ha estremizzato la sua forza: se il “brand” San Giovanni Rotondo fosse stato messo a fattor comune, probabilmente soffriremmo di meno e con lo slancio di tutti la partenza sarebbe stata senza dubbio più efficace. Ora, invece, ognuno piange le proprie pene: il denaro scarseggia, il morale è sotto i tacchi e gli altri territori cominciano a correre.

Il primo passo per cercare di rialzare la testa, allora, non è il palliativo dell’eliminazione di tasse, o di occupazioni di suolo pubblico indiscriminate. Serve rispondere ad una domanda fondamentale: qual è il posto che San Giovanni Rotondo vuole occupare nel mare magnum delle città turistiche? A questa domanda non può rispondere la politica (anche perchè non l’ha mai fatto): serve un nuovo e rinnovato civismo, un “municipalismo”, per usare un termine che sta prendendo piede. Occorre che gli attori della filiera si mettano insieme, studino quali sono le esigenze del territorio aprendosi ad esso. E’ finito il tempo dell’assolutizzazione del nome della città: da soli non si va da nessuna parte, pena la definitiva retrocessione.

Ecco, partiamo da qui: mettiamoci insieme, associazioni, categorie produttive, comunicatori, stampa, e decidiamo insieme cosa vogliamo fare della “cattedrale del Creato”. Non conteranno più le narrazioni politiche ma sarà solo il nostro impegno e la nostra volontà a decidere chi siamo e cosa vogliamo essere. E, allora, forse arriveranno sulle nostre teste le Frecce Tricolore.

Potrebbe piacerti...