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Creare consenso attorno ad un progetto (e non contro un nemico)

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Riporto, dal Sole 24 Ore, il post di Luca Baiguini, docente di Comportamento Organizzativo al Politecnico di Milano.

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C’è una domanda che, per chi come me si occupa di dinamiche dei gruppi, è costantemente all’ordine del giorno: come costruire consenso all’interno di un team?

Come, cioè, fare in modo che le persone aderiscano alle decisioni assunte, ai progetti varati, alle idee professate e diffuse, agli obiettivi stabiliti per il team? E, attraverso questa adesione, mettano le loro energie migliori al servizio della “causa”?

Chiaramente, questo tema si interseca in maniera inestricabile con quello del consenso politico, proprio perché le dinamiche fondamentali sono le stesse. A differenziare i due ambiti sono, piuttosto, gli strumenti tecnici che vengono utilizzati.

Parto, quindi, da una distinzione: possiamo individuare due logiche fondamentali di costruzione del consenso, che potremmo chiamare logica amico-nemico e logica di progetto.

Nel primo caso, la coesione del gruppo si basa sull’idea che ci sia un nemico comune da combattere e che l’unità interna, l’adesione, finanche l’obbedienza al “capo” siano finalizzate proprio a non soccombere a questo nemico.

Questa logica, chiaramente, presenta una serie di caratteristiche interessanti:

permette di creare consenso velocemente: è sufficiente comunicare un nemico credibile, per convincere tutti a stare con chi lo combatte;

è facile gestire il dissenso interno: se il nemico è così pericoloso, dissentire significa, in fin dei conti, stare dalla sua parte (“se non sei con me, sei con lui”).
Chi basa il proprio consenso sulla logica amico-nemico, infatti, ha modalità precise e comuni per gestire il dissenso: isolamento ed espulsione;

l’attenzione del gruppo è focalizzata sul nemico: per il leader non è nemmeno necessario avere una visione per il futuro, e, portando il ragionamento all’estremo, neppure migliorare la condizione attuale: l’unica cosa importante è combattere il “nemico alle porte”.

Proprio per quest’ultima caratteristica, paradossalmente, un sistema di consenso basato puramente su una logica amico / nemico non può neppure mai arrivare a conseguire il proprio risultato finale (la sconfitta del nemico), se non a rischio di perdere l’unico collante del proprio gruppo o dei propri elettori (citofonare a Pier Luigi Bersani per approfondire il tema).

Viste le sue caratteristiche, non sorprende il fatto che gruppi, organizzazioni, partiti politici nella fase iniziale del loro ciclo di vita (e nelle fasi in cui il tema del consenso è più rilevante) ricorrano a piene mani alla logica amico-nemico. Non credo serva fare esempi, anche legati all’attualità.

La seconda logica, quella di progetto, fonda il consenso sull’adesione ad uno stato desiderato verso cui andare, piuttosto che su un nemico da cui difendersi.

È un processo senz’altro più lungo, più difficile, specie nelle fasi iniziali della comunicazione, e che richiede, poi, un impegno saldo nel progredire verso l’obiettivo (e nel rendere partecipe il gruppo o la contingency elettorale di questi progressi, così da tenere alta la motivazione).

La paga di questo sforzo è, però, un consenso più solido, più inclusivo, più creativo.

La logica amico/nemico, infatti, esattamente per il fatto di definire la propria identità soltanto per differenza rispetto al nemico porta a non costruire un modello che diventi un polo di attrazione di nuovo consenso, magari esterno rispetto alla cerchia iniziale. Si incapsula, per così dire, l’identità del gruppo nella pura contrapposizione con il nemico.

Ora, non voglio dire che la logica amico / nemico sia da evitare in assoluto: ci sono fasi nella vita di un gruppo in cui può essere utile costruire la propria identità “per differenza” rispetto ad un nemico, o in cui l’esigenza di aggregare consenso molto velocemente porti a privilegiare messaggi più rapidi da diffondere e interiorizzare.

Credo, però, che un leader maturo (sia in un’organizzazione che in un partito politico) debba saper alternare le due logiche al fine di creare quella coesione che può portare a raggiungere gli obiettivi collettivi e debba anche essere in grado, in qualche modo, di “educare” il gruppo all’adesione ad una visione e ad un progetto.

Ecco, se devo sintetizzare una delle lezioni che mi porto a casa da quest’emergenza sanitaria e sociale, è che mi pare di vederne pochi, di leader che esprimono questa maturità. Il dibattito pubblico, in Italia ma non solo qui, negli ultimi anni mi pare abbia privilegiato le narrazioni più facili da comunicare (e da sentirsi raccontare).

Che sono quasi sempre quelle basate sull’assunto che noi siamo i buoni e là fuori c’è un cattivo da combattere.

E che, forse, in questa fase, sarebbe il caso di abbandonare, almeno per un po’.

A meno che il consenso non sia visto come un mezzo per realizzare una visione, ma come un fine di per sé.

E allora, però, abbiamo un problema (specialmente se siamo parte di quel gruppo o di quel Paese).

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