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Il ricordo di mons. Michele Castoro

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Don Michele, come si firmava lontano dagli schemi del protocollo, per me è stato più che un vescovo un amico. Ho avuto da subito il piacere e l’onore di conoscerlo nel lontano 2009, a pochi giorni dal suo insediamento nella diocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo.

Era la sera della veglia in onore di Padre Pio, il 22 settembre, e ricordo il suo stupore e la sua meraviglia nel vedere il sagrato della chiesa di San Pio illuminato dai cerini che le migliaia di pellegrini presenti portavano in segno di devozione. Sentimenti che, con mia grande sorpresa, ha ricordato l’ultima volta che abbiamo parlato, pochi giorni prima della sua morte.

L’ultima intervista che mons. Castoro mi ha concesso

Nonostante la malattia ha sempre conservato un sorriso e l’ironia. Nell’ultima intervista che mi ha concesso, qualche giorno dopo la visita del Papa a San Giovanni Rotondo, il 17 marzo 2018, ricordava lo stupore del Pontefice nel vedere la città piena di giovani famiglie e di tanti bambini. “E’ il segno”, ha detto il Papa, “che qui la vita va avanti e di questo ne sono davvero felice”. Una felicità che, evidentemente, deve aver colpito don Michele perché mi ha rivelato quelle parole con le lacrime agli occhi.

Tanti altri episodi mi legano a don Michele: alcuni li conservo dentro di me, come sigillo della nostra amicizia.

Ci lascia il suo testamento spirituale (un capolavoro di teologia ecclesiale), il suo sorriso e il suo saper affrontare la malattia con coraggio e serenità, così come scriveva nella sua ultima Lettera Pastorale: “A causa della malattia ero quasi sul punto di rinunciare a scriverle, ma con trepidazione e per tenere fede al mio ministero ho maturato l’idea che proprio questo momento di prova potesse diventare per me un’occasione ancora più opportuna per poter testimoniare la bellezza del Vangelo e la potenza del Mistero pasquale. È inutile dir vi che questi mesi di sofferenza mi hanno insegnato molte cose. Ho imparato a fare i conti con la mia debolezza e la miafragilità, la quale – se nella logica umana rappresenta un ostacolo – nel cammino di fede costituisce invece un canale privilegiato per vivere in modo più aderente alla croce di Cristo (cf. Col 1,24). Grazie alla Parola di Dio, che in questi mesi mi sta accompagnando più che mai, e alla preghiera ho capito che tutto è grazia.” Citando S Simone Weil, filosofa a lui tanto cara, Castoro dichiara di aver «imparato che “la sofferenza della sventura non è altro se non un contatto doloroso con l’amore di Dio, come la gioia è un contatto pieno di dolcezza con il medesimo amore””.

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