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Lo spread della felicità: il lavoro è tutto per una persona?

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Siamo assuefatti alla lezioncina dello spread come un indicatore negativo, il termometro della fiducia in un Paese che, all’avvicinarsi di una soglia critica, può segnare il fallimento o meno di un’economia.

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono».

Sono quasi “profetiche” le parole che Primo Levi ne “La chiave a stella”, romanzo pubblicato nel 1978, utilizza per descrivere il lavoro, l’attività cardine della vita di ogni uomo.

Profetiche perché segnano, come hanno scritto e detto i Profeti di biblica memoria, l’avvento di un evento positivo, una liberazione, un momento di felicità.

Ecco la domanda cardine: si può essere felici lavorando? Oppure, si può lavorare felici? Può sembrare strano porre delle domande del genere in un periodo in cui l’assenza del lavoro è al centro del dibattito della vita pubblica. Eppure, basta il lavoro per rendere felice una persona?

Siamo in un’Europa che corre, come sempre, a ritmi alterni. Mentre nei Paesi del Nord si discute sulla possibilità di lavorare meno ore a settimana, lasciando spazio alla vita privata, qui in Italia, il tema è lavorare di più per guadagnare sempre meno.

Tutto questo, a scapito della felicità del lavoratore: esiste un motto, noto principalmente a chi frequenta le palestre, che sintetizza la situazione: “no pain, no gain”, ovvero il concetto del prima il dovere, il sacrificio e poi il piacere, il successo. Per decenni i nostri modus educandi, sia a casa che a lavoro, hanno seguito questa logica; per anni abbiamo lavorato e vissuto seguendo una formula tra successo e felicità che perfino la scienza ha dimostrato essere completamente sbagliata fino ad essere contraria al funzionamento del nostro “muscolo pensante”. Sotto sforzo, pressione costante, o in presenza di emozioni spiacevoli e pensieri catastrofici, infatti, il nostro cervello si “chiude” preparandosi alla reazione primordiale e fisiologica di attacco o fuga, caratterizzata dalla produzione di sostanze come l’adrenalina o il cortisolo (il famoso ormone dello stress) che, se messe continuamente in circolo nel nostro organismo, hanno un impatto negativo sulla nostra salute e di certo non favoriscono il problem solving, l’innovazione, la collaborazione.

Parlare di felicità sul lavoro, quindi, è sicuramente provocatorio ma, oltre alle domande “retoriche”, ai problemi politici ed economici, oltre che ai modelli organizzativi aziendali, oggi sono le scienze mediche ad asserire che lavorare felicemente e rendere felice una persona attraverso il lavoro è possibile.

Occorre ora porre il lavoro stesso alla base delle scelte più innovative e “sensate” per costruire un successo duraturo e sostenibile, sebbene questa scelta comporti un cambiamento culturale non semplice né immediato ma che di certo vale la pena fare, perché torniamo a credere che lavorare possa e debba ritornare ad essere conciliante con la vita di tutti i giorni e che le aziende debbano essere luoghi dove le persone stanno bene.

La parola, ora, ai lettori: cosa deve essere il vostro lavoro per rendervi felici?

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